mercoledì 13 dicembre 2017

La clessidra

Ho studiato bene con  _civa, lunedì. Abbiamo due maestri in gamba che ci seguono bene. Continuiamo a lavorare sulla tecnica, sul solfeggio dei nostri corpi. Fernando Sanchez ricordava che il tango è fatto di movimenti innaturali che diventano naturali solo con la ripetizione, lo studio. Beh, non diverso da dieci dita agili e fini che scorrono freneticamente, con grazia, sui tasti bianchi e neri di un pianoforte, o di un organo. Sono movimenti naturali, quelli? Lo sono perché il nostro corpo - mente li racchiude, come quel blocco di marmo racchiudeva, celava la Pietà di Michelangelo Buonarroti. Non lo sono perché senza disciplina, impegno, non si riesce ad essere majeuti di quei contenuti.

Dopo due settimane di assenza, sono tornato in milonga, ieri. Non c'è il pathos, i fiotti di emozione dei primi dimenamenti. Nell'inoltrarsi nell'arte, nella clessidra del tango, la curiosità, le emozioni, il trasporto dovuti alla curiosità che sono nella parte superiore, scendono e si trasformano in attenzione, in cura, in ascolto, in tecnica passando alla parte inferiore. Le milonghe ordinarie diventano meno attraenti, iniziano a soffrire di inferiorità rispetto ad eventi extra-ordinari, maratone, lunghe, festival, più o meno sporadici o periodici che si tengono qui e là (come quelli che ci saranno sabato e domenica, qui e in Toscana). Il destino diventa quello di far più chilometri, talvolta molti chilometri, per incontrate altri corpi-menti-anime con le quali trovare un'unione creativa, emozionante, danzata, con la quale creare, abbracciati, inutili artefatti estetici, radiosi e intriganti proprio per la loro creatività inutile, gratuita.
E, come nella vita, bisogna fermarsi, talvolta, e riaprire gli occhi, tornare ad ascoltare, a percepire il batticuore della ballerina che hai tra le braccia e ritornare a vedere i panorami fantasmagorici che sono lì, sono sempre lì, basta vederli, non assuefarsi.
Penso, che a differenza di quanto avvenuto con le donne, col  tango sto riuscendo nella metamorfosi, quella del passaggio dall'innamoramento all'amore.


lunedì 11 dicembre 2017

Liberi e uguali

  • Liberi e Uguali
Che ipocriti per scemi.
Sì sì.
Liberi e noi (soviet) più uguali di tutti voi altri.

Tanti ugualizzati, liberi come può esserlo una pedina anonima, stampata a milioni, in una casella, manovrata dall'esterno, sostituibili con altri ugualizzati, all'occorrenza, in caso di disallineamento agli uguali voleri dell'alto.
L'ugualismo per cretini emerge sempre di più.

domenica 10 dicembre 2017

Rallentamenti e focolai

Qualche giorno di rallentamento ha... effetti molto gradevoli. Sono tornato a dedicare un po' di tempo alla diariosfera e al diario.
Sono (ero, ora sto cercando di pubblicare dal treno) qui dai miei veci. E proprio godendomi qualche attimo di lentezza, non sono neppure uscito in città, se non due passi ieri con il mio fratellinoone a cui voglio un sacco di bene.
Ero tornato a leggere John Barish e del suo fugace incontro (di ritorno) con Venere. Mi appassionai molto alle loro esplorazioni, audaci, superlative. Nel diario della ex-coppia, io usai la metafora "un diamante è per sempre"; vedo che, in qualche modo il loro legame d'anime conferma questo mio sentire.

_civa è andata qualche giorno a Genova, per un evento di tango. Mi aveva scritto che aveva ballato con un mio alter ego. La notte l'ho sognata che scopava voluttuosamente con lui davanti a me. Poi io mi univo e la onoravamo in due. Le ho scritto tutto e mi ha dato del birbone. In qualche modo cova ancora qualcosa, in quella direzione, sotto. Abbiamo scherzato un po' con qualche messaggio su 'sta roba.

Sono quasi due settimane che non vado in milonga. Ho un po' di nostalgia pure per il tango.Forse con Esso riuscirò a passare dall'innamoramento all'amore. Sarei dovuto andare al ritorno, oggi, a Reggio Emilia, con un'incognita, ma il "ferro", ha avuto un problema, venerdì mattina, sono arrivato qui in Lombardia in treno e al ritorno, andrò direttamente a casa. Il fine settimane prossimo, saranno scintille. Mi godo l'attesa,

Capricci e mestizia

Mamma sta meglio e ha fatto già alcuni primi passi.
Vedo mio fratello (vive in casa coi miei) che affronta le bizze di mio papà che a volte ha proprio dei capricci, dell'impuntarsi su cose assurde. Ecco, capricci è abbastanza preciso, come termine.
Gli ho accennato allo scazzo avuto con mamma; gli dicevo, parlando dei capricci - a volte pesanti - di papà, che sono persone che sono state abituate, sono cresciute e sopravvissute, in tempo di guerra quando erano bimbi, ad asprezze per noi impensabili.
Sono stati temprati.
Sono di granito, non di sbobba mollacciona, come succede ora nella liquidità.
Questo ha pro ma anche contro; anche i capricci diventano... di granito.
Ho le polveri bagnate con mia madre. Sono gentile e cerco di essere caro ma non ho trasporto.
Sì, col granito si sono fatte cattedrali e ponti millenari.
Però, ritrovarsi, un giorno, un guanciale in granito sul letto...
Anche mestizia, ora, è preciso.


giovedì 7 dicembre 2017

Lupi senza pelo

  • La cosa più incredibile è dichiarare guerra alle idee.
    Marco Minniti

Ohh, in Italia cova il rancore.
Ohh, che strano...
Come è possibile che quelli siano in ballo di queste disdicevoli emozioni!?!?

I soviet al caviale, una volta informati di cosa avviene fuori dalla castalia, nel mondo, sono stati colti dallo stupore. Anche come teatranti, sono squallidi. Il teatrino ipocrita trombonato da mane a sera esce male anche in questa occasione.
Già, il rancore.
Dopo aver progettato, supportato, apologizzato e realizzato la distruzione, il caos e la più brutale competizione  nella società a scoppio, per dirla alla Terzani, mediante innesto forzato di milioni di alloctoni, in parte rilevante ostili e nemici plurimillenari, col disegno sinergico del lievismo, la nocenza quotidiana, per dirla alla Renaud Camus, ora scoprono l'acqua calda.

Ma il teatrino per scemi non è finito.
Il signor Minniti, lupo col vizio e senza pelo degli interni, trombona la sua incredulità per "la guerra alle idee".
Già, detto da quella parte politica che ha fatto del falso ideologico sistematico, dello squadrismo ideologico, della censura fondamentalista di tutto ciò che non fosse marxista, progressista, ugualista, blablabla più brutale, della deculturazione sistematica e del plagio gramsciano delle nuove generazioni, rincoglionite e inebetite dalla monocultura del politicamente corretto progressistoide (omologati per essere sfruttati e, all'occorrenza, in caso di disallineamento ai piani neosovietici, sostituiti) ci riconduce a questo squallido  e triviale teatrino rossastro della mediocrità.
Voi non potete dichiare e fare guerra alle idee. Quella è roba nostra.

Io non ho in gran simpatia i nazionalismi (ascolto, anche a La Zanzara, le rozzezze di Cruciani che in modo stupido e arrogante monta una tempesta in un bicchie d'acqua alla centralinista altoatesina che risponde "Ospedale Bolzano Krankenhaus", apostrofandola che deve rispondere prima in italiano). Ecco i nazionalismi beceri ai quali l'intossicazione dell'antinazionalismo suicida, masosadico, ugualista, sìglobal, razzista anti ci sta portando rapidamente.
_rio, amico anarchico, diceva "la repressione delle idee, delle parole crea violenza".
Più tenteranno di reprimere le reazioni del corpo offeso, umiliato, violentato, innestato, più la reazione sarà violenta.
Certo è che questo orribile sfascio del compagnesimo mi fa osservare con qualche simpatia  le reazioni immunitarie, di neoresistenza, dell'altra parte, i socialisti non marxisti, nazionalisti, più  o meno neofascisti.
Rispetto alla merda con cianuro anche un piatto di  riso sbollito diventa una leccornia.

Intanto, mio figlio, ha assistito, in treno, al ferimento, da parte di un'italiana senza biglietto a danno del controllore, con scene patetiche di carabinieri camomilleschi e le loro reprimende predicose e garbate alla delinquente. Poi i teatranti furbastri e i loro militanti cretini si chiedono perché a molti tornino simpatici i manganelli.


mercoledì 6 dicembre 2017

Risacca nel mio porto

Non è bello prendere della randellate (anche quando il randello è operato con i guanti) dalla mamma ovvero da una persona che non ti aspetti così dura, quasi feroce.
In questi giorni c'è stato un po' di dolore dolore, profondo e silenzioso. Posso convincermi, sul piano oggettivo, di quanti frutti e cose preziose hanno portato quelle durezze, convincermi di essere comprensivo, che bisogna andare oltre le intemperanze, specie quando sono di persone care. Ma il piano emotivo non segue i ragionamenti, i tentativi e gli esercizi di convinzione di magnanimità, l'osservare il mio ego e pure il suo e le dinamiche che determinano. Stavo per scrivere bizze ma sarebbe  moralisticheggiante, l'ego è così e ce lo teniamo, così come è ed è naturale che sia.
Così ho decisamente rarefatto i contatti per la poca voglia. Cosa andare, oltre il “come stai?”, “cosa hai mangiato?”, delle sue domande sul mio colesterolo?
In queste condizioni è facile creare dei sospesi, degli jati che si ampliano e si alimentano della propria ampiezza.
Stavo pensando, prima in bici e poi entrando al lavoro, stamani, che dopo giorni, anche ieri e pure stamattina non l'ho chiamata.

In tardo pomeriggio mio fratello e mia sorella mi hanno informato che mamma è caduta e si è fratturata la testa del femore. A quell'età è un incidente grave,  non di rado l'inizio della fine.
Così c'è una risacca nel mio porto di altre onde che si sommano a quelle inquiete, dolenti, di prima.

Inverno mon amour!

Blu, bianco brillanti, intensi e gelidi. I bavaresi affermano che le losanghe bianche e blu del loro stemma sono proprio il bianco e il blu dell'inverno. Beh, li capisco, sono così pazzescamente belli, fantastici... Sole, milion miliardi di cristalli, pizzi, merletti del vento che ha lavorato, minuziosamente, l'acqua solida, sole, freddo, aria tersa adamantina.
Domenica, con le ciaspole annoiate dalla polvere di oltre un anno e mezzo, siamo tornati lassù. Ah, che meraviglia, un piccolo assaggio di inverno.

C'è stato un tratto, in crinale, che nonostante la mia attitudine al freddo, per il vento rabbioso, ho dovuto cambiare i guanti leggeri, in pile, con quelli più pesanti, da “-20°”. Relativamente poca neve (due quinti dell'escursione, senza ciaspole) ma perfetta, asciutta, candida, croccante.
Al ritorno alle auto, alle sedici circa, cinquecento metri più sotto, il termometro segnava -7. Sugli alberi, c'era ancora tutti i merletti candidi che spiccavano contro il blu.
Inverno mon amour!






(_zzz)