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martedì 9 gennaio 2018

La lezione del freddo

Domenica, in quella città tiepida, c'era 'na politglia nerastra, "acqua umida", sale, polvere di asfalto. Stamani c'era nebbia anche lassù a casa mia, un caldo marcio, quasi afoso.
_zzz mi ha regalato "La lezione del freddo", tra narrazione e saggistica sulla vita quotidiana nel freddo. Quello che ti richiede di pensare cosa fare quando una bimba lecca un tubo di metallo e vi rimane  attaccata con la lingua congelata su esso.
Il freddo sta sparendo, nella serra. Sparisce, con esso, anche la meditazione, le lezioni, l'estetica, la cultura del freddo.
L'autore, filosofo delle scienze, osserva questo mondo che non ci sarà più e si pone alcune questioni generali (sebbene, per l'ennesima volta, la causa numero zero della distruzione del pianeta, dell'ecocidio dell'antropocene, l'esplosione demografica, Il Tabù, non venga neppure accennata).
Nel New Hampshire c'è ancora una dimensione selvatica, una dimensione naturale, che diventa un dispositivo non ignorabile dagli esseri umani. In quei boschi enormi, in certe condizioni, un banale contrattempo o incidente può diventare fatale. Rispetto all'artificiale patologico (della conurbazione continua europea) questo obbliga l'Uomo a pensare, a essere intelligente. Il civismo di quelle comunità è uno dei frutti deliziosi di una natura asperrima, arcigna.
Ai tabù della liquidità contemporanea (buio, silenzio, digiuno, ozio) possiamo aggiungere ora anche il freddo. E' proprio il freddo che rende evidenti cretinismo e idiozia diffusi quando esso appare nelle nostre città di ebeti artificializzati, condizionati.
Un saggio ameno su un grande mentore, il freddo, e sulla filosofia che sparisce con esso.

La lezione del freddo
Roberto Casati
Einaudi

martedì 18 luglio 2017

Sul tango - 2

(Sul tango - 1: Metis)

Quando Flora mi presentò l'iniziativa mi disse :- Nel libro di Davide c'è scritto proprio il mio pensiero su ciò che è il tango.
L'iniziativa fu, un sabato una conferenza di Davide Sparti parallela alla milonga che si teneva pochi metri a lato. Lo avevo visto alle prese con l'arte relazionale, come dice Flora, con successo.
Non ho letto molti libri sul tango ma, la mia impressione e non solo, è che molti di essi vertano più sugli aspetti o tecnici, o emotivi personali (come alcune pagine del tango in questo diario) o sociali.
"Sul tango" è invece un pensiero articolato di conoscenza sul tango. In altre parole è la filosofia che investiga questo fenomeno che, dall'estuario del Rio de la Plata si è diffuso, in tutto il mondo anche se, per difficoltà, a gruppi ristretti di amanti.
I cinque capitoli affrontano le origini (nulla può essere compreso se non si conosce l'identità e quindi le radici), le fasi iniziatiche,  dell'apprendimento, quelle nelle quali si forma un habitus del tango, poi il capitolo centrale, quello su tango come improvvisazione, del rapporto tra vincoli e canoni estetici, ambientali (e.g. l'interazione con altri nello spazio-palco della cittadella milonga) coreutici e musicali, non di rado vincoli severi (ad esempio quelli coreutici definiti dalla fisica) e l'improvvisazione che da essi sublima.

Sotto questo profilo il tango non è un'arte sperimentale, non inventa l'idea, poniamo, di spargere ritagli di giornale nella sala da ballo e scivolare su di essi cambiando dose di energia ogni volta che, scivolando, si entra in collisione con un altro corpo. Né invita, se fuori piove, a improvvisare "a partire dalla pioggia". Nel tango chi balla improvvisa sullo sfondo inaggirabile  della musica. [...] un'improvvisazione contiene un certo tasso di riflessività e molto lavoro sperimentato. [...] il tango può essere pensato come un'esplorazione  dell'interfaccia tra noto e ignoto.
p. 108 - 109.

Le analogie col jazz sono lampanti e, infatti, esaminate in più punti.
Al terzo capitolo, il più corposo, segue una disamina su trasformazioni temporali affini, distorsive del tango, rispetto allo spazio emotivo e a quello del kairos, il tempo percepito; in breve e con sintesi splendida Davide Sparti lo indica con "minuscoli secondi di eternità".
Sono passati un paio di mesi da quando ho finito di leggerlo e rileggerlo. Recensire un'opera di spessore in qualche riga e poco tempo è un azzardo. "Sul tango" merita e può sopportare anche le poche attenzioni che ho dedicate ad esso.

Sul tango
Davide Sparti
Il Mulino


domenica 5 febbraio 2017

L'ombra del bastone

Avevo in mente solo il bastone di Raggio sul muro dell'osteria, e Raggio e sua moglie che aveva cagliato il mio bambino appena nato, e Maddalena Mora che si era fatto tirar fuori il bambino con un ferro da calza da una vecchia, e mio padre copato, e mia mamma morta sputando sangue, e la zia che beveva morta con le formiche in bocca, e  sua sorella col figlio a Milano, e mio fratello in prigione a Udine, e tutto quello che era andato male nella mia vita,come va male il formaggio coi vermi. Ce n'era abbastanza per andar via da questo mondo e non ridere più nianche dopo morti.
Il maggio peso che faceva inclinare il ramo verso la mia morte era che avevo copato il mio amico dopo avergli rovinato la vita e la famiglia. Ma lui era tornato per farmela pagare, e con ragione, perché i debiti si paga uno su l'altro con ragione.
p. 251

Venerdì ho finto la seconda lettura di questo romanzo di Mauro Corona. L'avevo divorato, una pagina dopo l'altra con quella foga che ti rendi conto che è troppo veloce che ci vorrà un secondo passaggio, per potersi fermare, a cogliere i particolari, a immaginare i paesaggi, gli interni, a immedesimarsi, un po', nei personaggi.
Mauro Corona utilizza lo stratagemma? narra la verità? dell'aver ricevuto da un signore che lo raggiunse a Erto il 27 novembre 2003, un diario scritto prima del suicidio, dal protagonista, Severino Corona detto Zino.
E' una storia commovente, toccante, di ambienti aspri, di vita grama e di emozioni vivissime, di passioni che travolgono, esplodono quando la severa morale che tenta di controllarle e reprimerle viene sconfitta dalla loro intensità. E' storia di povertà e di generosità grandissime, impensabili, oggi., storia di isolamento, di non riuscire a trovare 'na donna, di alcolismo, di morte presente tutti i mesi, di morte sul lavoro, di un tessuto sociale robusto e fitto, di solidarietà, di case tirate sul col lavoro comunitario di tutto un paese, di uccisioni per un senso di giustizia violata - e non giudicate, nella vostra vita agiata, quando una persona subisce, in precarietà così labile, un'ingiustizia, che rischia la vita, ecco allora che l'istinto di farsi giustizia proropompe. Pietà e ingenuità, come l'idea di uccidere il proprio figlio illegittimo, appena nato, e di conservarlo, come reliquia, in una forma di formaggio che poi verrà consegnata al prete. L'aborto e le mammane sono una presenza ricorrente per figli non voluto di tresche clandestine, bandite.
Sento l'anima della vita nelle nostre Alpi, ricordi e memorie vive di quando ero piccolo, osservavo le ultime retroguardie di una vita austera, contadina, alpina, aspra.

Allora tra di me veniva in mente quanto era povero e salvatico il mio paese, dove tutto era ripido e magro, compreso vacche, capre e persone. Lassù a Erto, era tutto magro di fatiche e di miseria, ma a me mi piaceva tanto in quella terra dove ero nato, anche se era poco e le vacche era scheletri e dava sì e no otto litri di latte a mungitura.
p. 224 - 225

La vita quotidiana è cornice di estremismi inconsapevoli. L'eros e la sua potenza sovversiva irrompe nella vita morigerata, porta a vita  e morte, a pulsioni catalizzate e rese parossistiche dalla severa morale. La religiosità che sconfina nel paganesimo animista, cerca una consolazione, un sollievo alla durezza della vita. C'è una sacralità della montagna, forse, come osserva l'autore, una fede di terrore, di sopravvivenza.  Una valanga irrompe su una processione (in un inverno rigido che aveva portato alla morte un paesano, un freddo che portava al suicidio per rogo della propria casa) mietendo altre due vittime. E' subito un movimento per costruire una piccola edicola dedicata alla Madonna, della Neve, appunto, a chiederLe un viatico attraverso le asperità della vita grama.
Ciò che m ha impressionato è l'intensità del vivere, oggi del tutto impensabile, nella nostra vita di agio e sicurezza. Il protagonista ha un senso morale spiccato che gli permette di donare un'intera latteria (caseificio) ad un giovane vedovo con tre figli. Vive il senso di rimorso per i crimini (avvelenamento dell'amico e socio con la belladonna), il senso di colpa per le relazioni amorose clandestine con le mogli di persone che gli erano state care. In finale, i momenti di tenerezza e intimità con la moglie del contadino, la lievità e la soavità di una carezza, di un volersi bene e di un voler bene, ad un'anima oltre che ad una femmina, di sentirsi voluti, sono toccanti.

Mauro Corona ha raccontato la sua anima, il suo sangue, l'humus della sua terra madre, ripida, erta, la fatica, i prati con l'erba buona, le foibe infernali,  i boschi e i monti di ciò che è vita e morte di lui, della sua gente.
Questo romanzo ha un alto valore anche dal punto di vista etnografico, perché fornisce uno spaccato assai preciso e ricco della vita rurale alpina alla fine del XIX secolo e per i primi due decenni del secolo scorso, su usi, pratiche, abitudini e cultura delle nostre genti.


L'ombra del bastone
Mauro Corona
Mondadori
Storie di uomini e montagne
Edizione speciale per RCS Media Group SpA


lunedì 2 maggio 2016

La solitudine dei numeri primi - 1

  • Nasciamo, viviamo, esultiamo, amiamo, soffriamo e moriamo da soli.
    _rio, amico caro di università


Ho vacillato una volta finita pagina trecentoquattro. In effetti non sta bene piangere in treno, neppure per le solitudini dei numeri primi altrui. Pedalavo in città, sotto la pioggia, ero lì non essendoci, sulla strada e sopra, nella metafisica indotta, a sentire lontani i rumori del traffico, il ticchettio della pioggia sulla cerata.
Ora lo rileggo, forse riuscirò a superare la spaccatura tra continuare, continuare a farmi divorare e la paura di finire, una piccola morte di un libro, uscendo dalla solitudine e tornando in essa.

Poi aveva chiuso la ferita nella sua mano e aveva baciato Alice sulla sua bocca. Lei aveva sentito nella sua saliva il sapore del proprio sangue e si era immaginata che fosse circolato in tutto il corpo di suo marito per tornare di nuovo a lei, pulito, come in una dialisi.
C'era stata quella volta e ce ne erano state infinite altre, che Alice non ricordava più, perché l'amore di chi non amiamo si deposita sulla superficie e da lì evapora in fretta.
p. 251


sabato 9 aprile 2016

Gli sdraiati

_zzz mi ha prestato questo libro che aveva finito di leggere da poco.
Nella prima parte del romanzo breve l'autore riesce a descrivere con molta efficacia il degrado e la sciatteria nella quale questi narcisi da ciuffo e unghie curate al micron riescono a (soprav)vivere, ad esempio a pag. 64 (avevo trascritto un passaggio ma è rimasto a mo' di breve messaggio di testo nel normalofono).
Solo che, come scrissi a _zzz, il problema di questo non nei regaz che da sempre tendono a questo ma nei genitori che lo acconsentono, che non lo prevengono e meno ancora lo reprimono.
Devo dire che nel finale la montagna ha spazzato via la sciatteria dovuta "all'incapacità [di anni] di pronunciare certi No e Sì belli tonanti, belli secchi".
La montagna, l'ascensione al colle della Nasca, serve al padre, Michele Serra, a tornare nel mondo, della vita, delle sue leggi e guarire dal "sinistrismo borghese" e dalla sua artificializzazione edulcorata, appiattita della realtà .
Il padre ritrova il senso verticale della vita, la cui mancanza lo aveva portato a portare e quindi a lasciare il figlio nel disordine e nel degrado orizzontali.
Apprezzabile il dialogo interiore e l'osservazione del proprio problema di non e-ducare (più che il non se-ducere) il figlio.
Sostanzialmente sono i non genitori ad essere la causa della "sdraiatezza". I genitori e la società tecno sdraiata che essi, noi se parlo come generazione - io spero tanto di non essere in questa ghenga di allevatori di bamboscioni egoici- , abbiamo realizzato.


Gli sdraiati
Michele Serra
Universale Economica
Feltrinelli


martedì 22 marzo 2016

In movimento

  • Da ragazzino mi chiamavano Inky - sporco d'inchiostro - e ancora adesso mi macchio come settant'anni fa.
    Oliver Sacks

Fu proprio _ina a regalarmi   "In movimento".  Da oltre due lustri in questa bella amicizia osservo che gli ebrei hanno sviluppato un fortissimo senso identitario e comunitario basato su cultura e prossimità  relazionale. La diaspora ha negato loro la dimensione territoriale, geografica ovvero nazionale e quindi ecco l'inventarsi una nuova fisiologia identitaria, di una cultura identitaria. Come osserva Sacks a proposito della corteccia cerebrale di ciechi o sordi, aree deputate alla elaborazione di input visivi o uditivi si riformulano, si rifunzionalizzano a elaborare segnali uditivi o visivi. La necessità aguzza l'ingegno e questo vale anche per identità e koiné.

"Visitai una cittadina, a Martha's Vineyard, dove un secolo prima circa un quarto della popolazione nasceva sorda. [...] Nel corso degli anni, la comunità aveva adottato l'unico linguaggio che tutti fossero in grado di usare; udenti e non udenti, allo stesso modo, si esprimevano fluentemente nel linguaggio dei segni. [... . Quando] parlai di persone con 'udito compromesso'  uno degli studenti chiese, nel linguaggio dei segni :- Perché non considera se stesso come persona con 'compromissione della capacità di usare i segni?' " p. 270.

Ho divorato i primi due terzi di questo libro, più autobiografici che tecnici, meno l'ultimo a "proporzioni invertite". Sacks compie in gioventù un viaggio nel mondo e negli eccessi (record di sollevamento pesi in accosciata nel 1961), nella psichedelia e nella droga rischiando di non uscirne) e poi si inoltra in altri eccessi (trentacinque anni di cast(r)ità, le degenerazioni, disfunzioni e patologie del sistema cervello-mente, passare dal gotha scientifico alla prassi clinica con contatto quotidiano con tutti i tipi di pazienti, di sovente problematici) e sempre più in quella disciplina di frontiera che è la neurologia. Uno degli aspetti interessanti e che mi affascina di questa autobiografia è il tentativo abbastanza compiuto di avvicinarsi all'uomo leonardiano, arte e scienza, corpo e mente, emozioni e raziocinio.
L'ultimo terzo del libro è via via più tecnico fino ad arrivare a Gerald M. Edelman e alla sua teoria del darwinismo neurale secondo la quale


"le cellule nervose potevano morire, potevano migrare [...] potevano connettersi le une alle altre in modo imprevedibile - così che già al momento della nascita i dettagli fini dei circuiti neurali sono completamente diversi perfino nel cervello di gemelli identici, che sono già individui diversi e come tali rispondono all'esperienza. [...] Era su una tale popolazione di varianti che la selezione naturale poteva agire preservando alcune linee per la posterità e condannandone altre all'estinzione. [...] 
Edelman ravvisava l'unità fondamentale di selezione e cambiamento non nella singola cellula nervosa ma in gruppi costituiti da cinquanta - mille neuroni interconnessi; così chiamò la sua ipotesi 'teoria della selezione dei gruppi neurali'." p. 372 - 373


Oliver Sacks racconta gli ultimi anni della sua vita, cosciente del proprio decadimento fisico. I gravi problemi a gamba e occhi diventano occasione di studio, egli diventa medico, paziente e scienziato contemporaneamente. Nel 2008. dopo trentacinque anni di letargo sentimentale e sessuale si innamora di Billy, scrittore.
La passione irrefrenabile di Sacks per la scrittura (a p. 395 il pensiero in apertuta citato) fu, infine, feconda anche per l'eros, la coronazione di una persona geniale, brillante, fuori dagli schemi.

In movimento
Oliver Sacks
Adelphi


mercoledì 20 gennaio 2016

E' tutta vita - 3

(E' tutta vita - 2)

La seconda parte del romanzo è dedicata alla... alla stabilità della relazione, the unglamorous side of the moon, alla psicologia della stabilità. Starei per aggiungere deamicisianamente (mi chiedo sempre quale sia il confine tra una tensione etica verso il miglioramento e quale la morale). Passare dall'innamoramento all'amore, come usare la mente per vincere la resistenza della mente e le sue volontà di restauro di condizioni giovanilistiche (nella fattispecie l'innamoramento). Arma interessante e... doppio taglio: l'eros non può essere solo o quasi solo serio e impegnato. Altrimenti si metamorfosa in altro, famiglia e affetti, sapete con quale valore, ma altro. Pregasi osservare che quando Nicola e Sofia superano la crisi, la smettono di essere un duo e tornano a fare la coppia, gli innamorati, con tanto di buon sesso Eros, che era la base che mancava. Io emotivoro in questa metamorfosi a duo non ci sono ancora riuscito e, francamente, mi sembra pure abbia molti pro, oltre ai contro. Quindi 'sta seconda parte e il finale morale, utopico, sulla stabilità non mi hanno "preso".

Bisogna riconoscere un tentativo di proseguire, di andare oltre al falso ideologico (di moda da sempre) del "E vissero felici e contenti.".
Infine, dati frizzi lazzi e polemiche, torno sul leggere 'sto personaggio. La sua scrittura è semplice, colloquiale. Se è vero che una volta letto lascia poco, questo ha il pregio dell'efficacia nell'evocazione emotiva.
Come snob(bo) e barbaro (©) mi diverto a trasgredire le convenzioni, anche quelle letterarie - radicale chic (si noti l'attenzione zero ad un lavoro da nobel). A tutti capita di sbaffare un po' di patatine o un trancio di pizza. Direi nulla di male. Il problema è se ti cibi solo di 'sta roba.


E' tutta vita
Fabio Volo
Mondadori

sabato 26 dicembre 2015

Sottomissione

Il capitolo da pag. 205 a pag. 222 nel dialogo tra Rediger, facoltoso intellettuale belga convertito all'islam da tempo, con harem e tanto di sposa quindicenne (la pedofilia è una tradizione ben viva nel mondo islamico) e l'edonista letterato docente universitario senza infamia e senza lode esperto di Huysmans, che vagola nelle sue incertezza è centrale in questo romanzo :- "Ero un uomo di una normalità assoluta" afferma questi dopo uno dei suoi non successi in campo erotico. L'autore è un osservatore preciso del fallimento europeo progressista ("l'islamosinistrismo [...] tentativo disperato dei marxisti decomposti, putrefatti, in stato di morte clinica, di tirarsi fuori dalle pattumiere della storia aggrappandosi alle forze crescenti dell'islam") e le sue previsioni distopiche sono già state superate dagli eventi (Hebdo, la strage recente a Parigi). L'inettitudine europea, la perdita di una morale (collettiva potrebbe essere pleonastico), l'arma demografica degli islamici non possono in alcun modo venir affrontati dagli sbilenchi debosciati persi tra tiraracamparismo, inconsistenza ideologica e utilitarismo coprofilo (ingoio qualsiasi merda ma se posso trarre qualche vantaggio personale mi converto all'islam).
La critica di Nietzsche al modernismo ugualista, al dirittismo cristiano non può non emergere come analisi delle cause della sottomissione europea.
Houellebecq fa un errore, rimane nell'olimpo intellettuale e a tale olimpo appartengono i vertici del partito islamico (il nuovo presidente "francese", Mohammed Ben Abbes ha in mente una riedizione di un impero mediterraneo, desidera realizzare il cosmopolitismo dell'impero romano con un nuovo impero mediterraneo arabo-islamico. Houellebecq non osserva la stragrande maggioranza del mediocre o pessimo di massa islamico, non ambienta i suoi personaggi nel non minus ultra di qualche merdosa banlieue, ma ha professori islamici , magioni liberty da essi acquistate e aule universitarie come piano e orizzonte. L'analisi è lucida ("ultimi sessantottini, mummie progressiste moribonde [...]. Paralizzata dal suo antirazzismo [razzismo positivista masochistico, NdUUiC] la sinistra era stata sin dall'inizio incapace di combatterlo e anche solo di menzionarlo" - mi vengono in mente le rimozioni della Boldrini sulle efferatezze di ampie parti delle teocrazie islamiche e i tragicomici giri di parole per non nominare il termine "islam", tecnica peraltro usata, nel romanzo, dalla sinistra di governo francese che censura con metodo ogni notizia relative agli scontri con gli islamici per mantenere le masse ignoranti e sedate) ma, come dicevo, olimpica.
Sottomissione è interessante nella sua forma di... saggio giornalistico e di cronaca a qualche semestre di futuro.
L'autore arriva quindi alla psicologia, dopo l'ugualismo cristiano all'apologia della sottomissione che è successo della metastasi islamica. "Per me è una felicità vivere nella casa dove Dominique  Aury ha scritto Histoire d'O [...] È la sottomissione. ~ disse piano Rediger [il  belga islamizzatosi rettore della Sorbona ormai islamica, NdUUiC] - L'idea sconvolgente e semplice, mai espressa con tanta forza prima di allora, che il culmine della felicità  umana consista nella sottomissione più assoluta. [...] la sottomissione della donna all'uomo come la descrive Histoire d'O e la sottomissione dell'uomo a Dio come la contempla l'islam".
Come anarcoide libertario non posso che osservare disgustato questo merda ma ho pochi argomenti per confutare l'industrializzazione alla mediocrità, la prostrazione ad alcuni e il fatto che ciò funzioni. Mi chiedo sempre per quale motivo le "mummie progressiste" e cattoliche sostengono con tale foga ciò che viola brutalmente parti estese delle loro fondamenta valoriali (qui si torna alla psicologia patologica).
Houellebecq è troppo intelligente per essere fazioso, non può non osservare come non poche istanze antimoderniste dell'islam siano le stesse di movimenti identitari che si oppongono a esso. La biologia insegna che la competizione è massima per specie simili che competono per lo stesso, nello stesso biotopo.
Sottomissione è un saggio molto brillante, sia pur parziale e... olimpico, sulla putrefazione europea e sull'invasione islamica che ne accelera il processo. E' la prima opera di questo autore per me, autore che conoscevo per critica alle religioni, in particolare all'islam, "la più stupida [e rozza, NdUUiC] tra esse".
Sottomissione
Michel Houellebecq
Bompiani

martedì 1 dicembre 2015

La resistenza in cucina

Tra i consigli più interessanti ci sono ad esempio quelli legati alla distribuzione del cibo in tavola: [l'autrice cita Petronilla nome d'arte di Amalia Moretti Foggia, prima donna pediatra d'Italia] - "nella distribuzione siate pure larghissime con il vostro giovanotto e larghe con voi e il marito, parche però con la nonna e parchissime con il bimbo." P. 35


Sabato sera guardando un pezzo de L'ultimo lupo osservavo la boria tecnoprogressista di un funzionario del partito/apparato comunista che voleva insegnare ai Mongoli come tenere al meglio l'ecosistema della steppa (ovviamente con risultati fallimentari a breve termine).

Questa lavoro di Roberta Pieraccioli avrebbe dovuto chiamarsi "Cucina povera in tempo di guerra (e razionali istruzioni del regime fascista per migliorare e superare l'emergenza)".
Il patrocinatore, Slow Food, non avrebbe mai accettato questo fatto oggettivo da cui il titolo sinistrorso che non c'entra un cazzo coi contenuti del libro.

Madre Natura è maestra di vita: quando c'è scarsità di cibo saltano gli estri e le gravidanze o i cuccioli vengono soppressi. E' del tutto ovvio: gli adulti forti e sani hanno la precedenza, dà essi dipende la prosecuzione della comunità, vecchi, piccoli, ammalati, inetti soccombono.
Quando mia madre ostetrica e con un buon senso di femminismo calato nella realtà mi raccontava che il diritto canonico (misogino) prevede che in caso di parto difficile sia la madre a dover soccombere io non capivo. Come fa il piccolo e fratelli a sopravvivere senza madre? In un'ottica patriarcale di zootecnia umana intensiva quella fattrice di tua proprietà ti potrà produrre altri figli: se distruggi il "mezzo di produzione"?

Ancora una volta emergono le assurdità di una morale marcia cattolica (monoteista) e comunista basata sull'apologia senza se e senza ma di deboli, proletari, migranti, incapaci (gli scarti secondo la demagogia di Bergoglio), sfigati, minorati e relativo razzismo positività (e.g poveri migliori a prescindere dei non poveri). I problemi vanno sempre a braccetto e questo si sostiene con la credenza per idioti che le risorse siano illimitate (v. poi incultura del deficit/debito). Ricordate il giudice dirittista pesarese che aveva imposto la prosecuzione del metodo Stamina - Vannoni a favore di un* piccol* paziente terminale? Se sostengo il presunto diritto a sperperare denari pubblici di fatto sottraggono risorse al necessario / utile (v.altri pazienti o lo sfascio del sistema ferroviario implementato con l'AV).
Ora andate in strada e dite che in tempi di difficoltà bisogna assegnare le risorse come descritto in apertura di questa pagina: rischierete il linciaggio (da sempre i koglioni sono in maggioranza e il_bobbbolo non va per il sottile quando è immandriato).

Leggevo le cose sensate divulgate dal regime fascista e la involontaria, indiretta apologia per buon senso che emerge dalla lettura. L'autrice non è stupida e mantiene qualche distanza rispetto alla demonizzazione di quell'epoca fascista.
Come quando andai a Cuba, non posso non notare che c'era, durante il fascismo, un tentativo di morale che, per quanto discutibile, non è l'insieme di antivalori e ciarpame (far soldi, crescitismo, frenesia, nuovismo, dirittismi, demagogie, consumismo, età.) che sono alla base della liquidità e la caratterizzano.
Quel che ho trovato interessante di questo libretto regalatomi da una tanghera è proprio la descrizione di ciò che in tempi grami era il problema di trovare qualcosa da mangiare e metterlo in tavola in modo decente (*).
La necessità aguzza l'ingegno. Sempre.
Anche in questo caso le ricette propongono una cucina povera ma che può essere molto interessante (non sempre, l'autrice segnala che certe preparazioni, senza questo e senza quello, avevano risultato mediocre).
Buffi i numerosi toscanismi (farinata per polenta, ramerino per rosmarino, baccelli per fave etc.).
Interessante la ricca bibliografia tematica e il lavoro majeutico di recupero di saperi poveri eseguito da Roberta Pieraccioli.
Le ricette richiedono un minimo di conoscenze di cucina e gastronomia.


La resistenza in cucina
Ricette del tempo di guerra per resistere al tempo di crisi
Roberta Pieraccioli
Ouverture Edizioni


venerdì 13 novembre 2015

Il guoco delle perle di vetro

Da quando studio tango il mio tempo libero si è notevolmente ridotto. Anche considerando questo fatto oggettivo non posso non notare che ho impiegato quindici mesi a leggere l'opera (segnalata da Franco Battaglia) che portò Hesse al Nobel. A differenza di altri lavori hessiani non mi ha mai catturato e, molto spesso, la lettura di quelle pagine saltò, avendo preferito altro.
Originalità del soggetto, la personalità disadeguante, saggia, anarcoide e nobile di Knecht, la ricorrenza di relazioni dipolari, le citazioni delle culture orientali, il senso del passare del tempo nelle persone e per le istituzioni, non mancano certo i migliori ingredienti.
Ma in questa fase della  mia vita in cui mi accorgo, ancora una volta, della colossale finzione della morale e del nefasto inquinamento che da essa deriva, ho sopportato con fatica l'asettico e artificiale luogo della Castalia e il suo sradicamento autoreferenziale, parassitaceo, moralistico dalla realtà. Sono riuscito ad appassionarmi alla narrazione solo quando Knecht sfancula l'asfissiante e ingessata Castalia e torna, libero, a vivere la realtà.

Riporto, tra i molti passaggi (qui e qui altri frammenti citati) che mi ero annotato, un passaggio etico sul potere e la sua genealogia. Hesse anarcoide di fatto aggiunge il proprio contributo alla osservazione critica dei sistemi passamerda.


Nella storia di ogni aggruppamento sociale si punta sempre sulla formazione di una nobiltà che ne è il culmine e il coronamento e, a quanto pare, lo scopo vero e proprio anche se non confessato.
L'ideale di ogni tentativo di formare una società  è una qualche forma di dominio dei migliori. Il potere [...] è sempre stato pronto a concedere protezioni e privilegi a una nobiltà nascente [...] il posto al sole e la condizione di privilegio la portarono sempre, dopo un cero livello, alla tentazione e alla corruzione.
P. 361


Insomma, il protagonista inizia a vivere quando si distacca dagli schemi morali, rassicuranti e opprimenti. Ho apprezzato le novelle in appendice a mo' di opere a corona in questo polittico letterario, ma, anche qui sono stato intollerante a "Il Confessore" e il contesto protocristiano. Miei limiti, sicuramente.

Il giuoco delle perle di vetro
Hermann Hesse
Oscar Mondadori



lunedì 23 febbraio 2015

L'Osteria della Fola

  • E' mei 'na torta in cumpagnia che 'na merda da par lu. (*)

  • I suoi libri fanno venire voglia di nebbia, cotechini, salami, prosciutti, gnocco fritta e gnocca al naturale, quella dell'ostessa della Fola naturalmente.
    Baffobp, commento.


Fu Baffus a segnalarmi, anni fa, questo libro. E anni fa (probabilmente nel 2006) lo acquistai.
Qualche giorno lo scorsi che faceva capolino nella libreria e decisi di rileggermelo. Per alcune novelle della raccolta non mi ricordavo praticamente più nulla, come se non le avessi mai lette. Sono re-incappato nella meraviglia di questa opera di letteratura minore, di sagacia e saggezza popolare, di motti in dialetto tanto concisi quanto taglienti, in questa capacità pittorica di ritrarre a parole scenari di un'Italia, di un'Emilia rurale, ancora pre (post)modernista nella corriera della tecnica che la portava al mare a vedere la Teresa in bichini !!
Anche goliardia di animali strani, il foionco, uccello tripode che si nutre di lambrusco, di bosme ricercate a lungo ricercate e poi servita, nell'osteria, metà arrostita e metà bollita con patate, sedano e pomidoro, ma anche quelli veri come i rospetti di Azzurra. Pederiali fa incursioni anche in altri tempi, nel medioevo di Matilde di Canossa, nel suo amore fugace con uno servo semplice e incomprensibilmente felice e nelle vite di persone nella bassa, così semplici ma anche vulnerabili, come nella triste e amara novella di Azzurra che va a morire, cadendo in bici nella nebbia fitta in un canale mentre va al gran ballo.
Dicevo ad amici che io non ho un vissuto per la cultura popolare e i dialetti emiliani, non ho un associazione (per me terribile) tra dialetto e grettezza e volgarità che ho per altri dialetti, come quelli lombardi o triveneti. Allora io osservo questi contesti, i motti e i detti di una cultura che era popolare ma anche sapienza e conoscenza antiche che essa esprime e me li godo senza retaggi.
Lacrime, gioia, piaceri carnali, nebbie e fumane, tristezza, invidia e chiusura (la morosa esagerata riportata in Russia per l'invidia e l'ostracismo che essa generava nei compaesani), felicità e dolori della semplicità, le credenze popolari che sono anche spazio di fantasia, di viaggi onirici e di socialità che su essi si intesse.

La giovane scrofa rubata a Gilberto Cavazzuti, Vicesegretario del Fascio non la nascosero chissà dove. Semplicemente entrò nella famiglia di Paolino, come una pensionante. Gli altri soci dell'impresa, Roberto, Enzo e Giovanni, si impegnarono a pagare per intero le spese del vitto mentre la famiglia di Paolino avrebbe provveduto all'alloggio. e a tutte le cure di cui una bestia abbisogna, e inoltre, avrebbe sopportato gli inconvenienti della coabitazione con un maiale in un appartamento di tre stanze, al terzo piano del caseggiato popolare del rione Maiolica, abitato da braccianti, operai e piccoli artigiani.
I Molinari, pregustando i frutti di una beccaria in casa, avevano approvato volentieri l'idea del loro figlio Paolino e con grande senso dell'ospitalità avevano fatto in modo che la casa apparisse alla maiala il più possibile confortevole. Le fu assegnata la stanzetta di Paolino che si trasferì con i genitori mentre la sorella più anziana e suo marito seguitarono a usare la camera in fondo al corridoio. A turno pulivano al stanza della maiala e, siccome doveva vivere con loro, la abituarono a certe regole igieniche con i medesimi ritmi dei cristiani, a cominciare dal bagno una volta al mese. Ormai era una di famiglia, e non mangiava a tavola soltanto perché non sapeva stare seduta.
p. 158

Nove anni per recensire questo piccolo capolavoro e una seconda lettura terminata da poco. Meglio tardi che mai. Ho acquistato altro di lui, ora.

L'Osteria della Fola
Giuseppe Pederiali
Collana Elefanti
Garzanti


giovedì 12 febbraio 2015

Il tramonto dell'euro - 11

(Il tramonto dell'euro - 10: external compact)

In breve: sì alla critica alla follia della moneta unica, no a contrarietà al pareggio di bilancio, no al crescitismo che ne è la ragione, no al democratismo demagogico economico.

In realtà sto osservando una contraddizione strutturale: l'economista deve cercare di trovare un modello preciso e razionale per l'agire assurdo delle masse e quindi della loro economia. 
Penso che molte delle contraddizioni e delle assurdità delle teorie economiche derivino da questa base assiomatica incongruente. Il non spingersi alla completezza nelle analisi trascurando parti rilevanti del reale è funzionale al voler dimostrare una tesi. Sotto sotto il il problema è la specie e le sue insensatezze i cui effetti sono sempre più deleteri via via che lo scollamento tra biologia e (in)cultura prosegue e con il progredire della diffusione di energia distruttiva e tecnologia regressiva alle masse.

No
  • Assolutamente no al crescitismo che è ciò che anima la tesi di Bagnai. Rimozione dei vincoli per tornare alla crescita? No grazie.
  • No alla collettivizzazione dei costi e alla privatizzazione dei profitti: in economichese si può parlare di partite correnti; insomma, le casse dello stato vanno in rosso, i privati accumulano risparmi (e contribuiscono col consumismo al deficit della bilancia dei pagamenti). Assistenzialismo cattocomunista e evasionismo berlusconiano a più tutto per tutti sono esattamente questa cacca. In vari punti Bagnai strizza un occhio a questo citrocapitalismo.
  • No al democratismo monetario. L'economia non è democratica. Il democratismo demagogico porta a scelte scellerate a medio e lungo termine. Pensare ad un'economia democratica è una delle forme di stupidità politicamente corretto, come votare come reginetta di bellezza una paraplegica. Siamo al livello di dissociazione e assurdità massimi: non  dissimile da quello che decide di farsi operare dal cardiochirurgo Zanetti perché è attivo in parrocchia.
  • No all'apologia di deficit e debito. Uno dei punti di pregio del sistema euro è che ha, finalmente, portato attenzione sulla ideologia deficitisto-debitista e sulle sue nefaste conseguenze. Pare che questo ovvia pratica di ecologia economica non abbia inciso nulla (v. l'orribile demagogia di Tsipras e il successo che ha avuto, più roba assurda propini e più ti votano).
  • No al considerare trascurabili i mali profondi del paese. Sono essi che determinano un'economia fragile e speculativa. Sono cause, non conseguenze della crisi economica. I paesi del sud Europa hanno problemi colossali di etica pubblica e quindi di economia e non il viceversa.
  • No all'anglofilia e no all'antigermanesimo di Bagnai. Qui egli vive una sorta di sindrome di Stoccolma e guarda con simpatia al capitalismo anglofono che è stata causa di tutte le crisi economiche globali.
  • No alla demagogia del "povero debitore, cattivo creditore". E' ovvio che è eticamente molto peggio il debitore che il creditore. Senza il primo il secondo non può esistere. Ed è sempre scelta (sempre conseguenza di altre scelte e mancate scelte) del primo decidere di mettersi un cappio al collo e fornirne l'estremità al creditore. Potremmo definire i debitisti come ricettatori di crediti.
  • No all'apologia dell'inflazione e all'analisi storica dei pregi dell'inflazione che non tiene conto del fatto che l'inflazione come effetto della sciagurata crescita non può essere certo ripetuta quando il paese non solo è cresciuto ma è diventato obeso; sostenere che l'obeso da 3 q.li deve aumentare a 4 quando già ora il letto non lo sostiene, cercandogli di fargli aumentare la temperatura da 36.8° a 38° non è particolarmente intelligente. No alla demonizzazione della deflazione (critica che origina dal deficitismo-debitismo che permea, con il crescitismo, l'opera).
  • No alla critica della politica della moderazione salariale che ha reso competitiva l'economia tedesca. Io trovo veramente incredibile come, in un paese cronicamente ammalato della più becera inflazione speculativa allegra e spensierata, si possa arrivare ancora a deprecare il fatto che ... il primo della classe studi e lo faccia con impegno.

  • Sì all'attenzione di Bagnai ai fondamentali dell'economia. L'artificializzazione della vita progredisce con il campatinariazzizazione dell'economia. Siamo nello spazio dei problemi.
  • Sì all'idea di equilibrio nel dare-avere tra i paesi (external compact). Una virata rispetto all'infatuazione di massa sul fatto che puoi comprare pure gli italiani stessi e la suocera dai tedeschi e questo è bene, giusto e - non solo - è un diritto e non ha conseguenze.
  • Sì al controllo della finanza parassitaria e alla sua stretta regolamentazione.
  • Sì alle critiche puntuali sulle stupide asimmetrie nelle regole europee (consentiti  surplus maggiori dei deficit e altre chicche demenziali del genere).
  • Sì alla critica al mercantilismo tedesco: è del tutto ovvio che qualcuno può esportare se qualcuno importa. Non ci vuole un economista alla Schäuble per capirlo.
  • Sì alle critica alla presunzione di OCA. Anche se Bagnai è ideologico, osserva i disastri della presunzione di OCA europea e non spende una parola sulle HoCA (Homogeneous Cultural Area) e sulle OCA intranazionali.
  • Sì all'idea di monete nazionali e di libera fluttuazione dei rispettivi rapporti di cambio. E' un potente meccanismo di riequilibrio. Le monete, comunque, devono essere locali e non nazionali, visto che NON esistono OCA e HoCA nazionali.
  • Eccellente il lavoro divulgativo sulla dinamica dei cicli di Frenkel e sulle colonizzazioni distruttive delle economie "forti" consumiste su quelle "deboli" (locali). Ancora, strano il diverso metro di giudizio sulle induzioni di cicli di Frenkel tedesche rispetto a quelle (globali e non continentali!) statunitensi.
  • Sì alle critiche keynesiane alla liquidità speculativa tendente alla realizzazione di profitti nel brevissimo periodo e la fatto che ciò sia uno dei propellenti di varie bolle speculative. L'autore osserva più volte che la microeconomia (democratica) ha dinamiche di massimizzazione dei profitti sul breve e brevissimo periodo che sono deleterie a non breve termine. 
  • Sì alla critica precisa e pesante all'ennesima moda che gira per la massa delle crape: lo sdilinquirsi per gli investimenti stranieri in Italia. Bagnai ha il pregio di spiegare che questa sia una delle molte cause di sbilancio nel dare-avere. I profitti e gli interessi, ovvero la redditività, finiscno all'estero. Ma pare che questa elementare realtà sfugga ai salameccatori che osannano ogni arrivo di capitale straniero in Italia.

Il tramonto dell'euro
Come e perché la fine della moneta unica salverebbe democrazia e benessere in Europa.
Alberto Bagnai
Imprimatur Editore


venerdì 5 dicembre 2014

Il valzer degli addii

Una decina di giorni fa ho finito di leggere questo romanzo del 1972 di Kundera. E' lì da un po', sulla scrivania... devo buttar giù due parole mi dico da qualche giorno.
Il Valzer Degli Addii (ivda, per l'appunto, fu una sorta di prefazione a questa pagina), il valzer del disincanto, dell'osservazione (precisa sarebbe pleonastico) quindi del cinismo. Io non capisco questa roba chiesastica dell'incensare la specie stupida, di considerarla divina, il centro dell'universo e, secondo me, non lo capisce neppure Milan Kundera e lo conferma anche in questo romanzo.
Se in L'insostenibile leggerezza dell'essere Kundera affronta la questione della "negazione assoluta della merda, in senso tanto letterario quanto figurato", l'eliminazione "dal proprio campo visivo tutto ciò che nell'esistenza umana è essenzialmente inaccettabile", il kitsch,  nel Valzer degli Addii l'autore ceco compie un'osservazione cinica, disincantata dell'umanità e della psicologia. Forse è ancora il suo lottare contro il kitsch.

Avrei voluto citare un paio di passaggi, la strampalata fisiognomica tricologica del dottor Skreta sui due poli opposti del carattere umano determinati dal colore biondo o moro dei capelli, p. 46,  l'analisi di Jakub, a pag. 110, disincantata e realistica - quindi cinica -  sulle miserie, mediocrità e pochezze che molto spesso, troppo spesso sostengono le riproduzioni degli umani, rivestite dalla mistica della maternità, del figliare, etc. e altri passaggi ancora, ma sono di fretta.
Le relazioni umane escono dal formale, si intrecciano nell'informale, nel bandito, nelle menti e tutto viene sovvertito, tutto cambia, talvolta solo per antagonismo, per reazioni a qualche improvvisa azione esterna. Psicologia reattiva invece che assertiva (la prima uno dei migliori ingredienti per una qualità di vita mediocre).

Kundera scrive bene ma... è cinico. Io non riesco ad appassionarmi granché alla letteratura kunderiana perché sono cinico, non ho bisogno di nutrire ulteriormente ciò che tende all'ipertrofico. Hesse, invece, e il suo realismo che è localmente cinico ma complessivamente animato dallo spirito di una evoluzione, invece, mi avvince.

Il valzer degli addii
Milan Kundera
Adelphi

venerdì 7 novembre 2014

Che male c'è (libro primo)

Saranno un paio di settimane che ce l'ho qui sulla scrivania. Ci sono anche le pagine con quel modo barbaro di piegarne gli angoli in orecchi segnalibro che mi aiutano a ricordarmi punti salienti che desidero/desidererei citare.

Stefania
Mi era piaciuto il grunge, mi era piaciuta Bjork [...] il trip hop ed altre cose elettroniche. Ma i canali musicali ci rifilavano schifezze, la maggior parte delle radio anche, per interrnet era presto, quindi  c'era solo roba da poco, tutto un po' una schifezza, che però piaceva, come i fast food che andavano tanto anche da noi. Era l'industria globalizzata, il gusto globalizzato, l'appiattimento spacciato per esotico, l'abbassamento spacciato per novità, lo sfruttamento spacciato per occasione.
[...]
Avete mai notato quanto sono curate le case alpine? Nell'insieme e nei dettagli, spontaneamente, ognuna un davanzale fiorito, un balcone lavorato, una gradinata di ciottoli tra due case, i colori di un orto o un segno di benvenuto alla porta... aprendo gli occhi, anno dopo anno, sui particolari di Pesariis e dei paesi sotto me ne meravigliavo, tanto più che non esiste gente peggio vestita della friulana e della carnica in particolare. E invece le case... mi chiedevo perché fossero così belle. Semplicemente le materie prime? O qualcosa di più? [...] Secoli e secoli di tentativi, di apprendimento reciproco e quindi di tradizioni, in terre adatte a poche delle cose che il mondo ha da offrire? In pianura è tutto più facile, e il risultato è il disordine.
p. 456 - 457

La mia eroina ecoradicalintellettuale adotta in questo primo libro di Che male c'è la struttura di
racconto intrecciato, ogni capitolo è una dei protagonisti a raccontare. Ho impiegato qualche pagina per accorgermi. Cazzo è 'sta roba di capitoli che hanno nomi che si ripetono?
Quando finii di leggere questa prima parte dell'opera, così piacevolmente sorpreso, messaggiai a Gaia qualcosa tipo (non trovo più il messaggio, forse "buttato fuori" dal normalofono Nokia 29€ oppure rimasto nel furbofono (a casa, lo uso sempre di meno).

Un canestro di giunti, di vite, di racconti, di amori, sofferenze, di passato, di presente.
Con dentro la vita.

Era riuscito meglio il messaggio ma ora me lo ricordo a spanne così.
E' la storia di ragazzi di Udine, delle loro vite intrecciate, dalle prime vacanze con la parrocchia in Val Pesarina, la scoperta dell'eros, le vite che si inoltrano nella vita lasciando alle spalle l'adolescenza, l'osservazioni delle classi, di censo e di cultura e come esse plasmino fortemente, quasi ineluttabilmente le vite, le realtà trasgressive in provincia. E la storia.
Perché Stefania, l'intellettuale disadeguante, non conforme del gruppo  - eheh, potete pensare a UnaRagazzaInCammino, un certo punto, nella sua ricerca della vita dietro le apparenze, inizia ad intervistare Arrigo, il nonno, combattente nel battaglione Leone Nassivera, testimone della vita aspra che impose una morale austera e rocciose alle genti alpine. Arrigo inizia a raccontarle delle violenze efferate commesse in Friuli dai cosacchi, unitisi ai nazisti (fuggiti dalle persecuzioni staliniste, dai nazisti era stato promesso loro che avrebbero avuto il Friuli come loro terra, la Kosakenland).
Ero un po' indispettito, all'inizio. In questo periodo soffro di intolleranza alla religione cattocomunista ad iniziare dalla truffaldina e squallida speculazione per il potere sulla resistenza. Ma col tempo il libro mi ha ha avvinto. Non c'era ideologia, non più di un forte e semplice credere in futuro migliore, di libertà e giustizia.

Arrigo, intervistato da Stefania
Qui però non dovevano comandare i partigiani. Qui lo doveva decidere la gente da chi voleva essere governata. Ogni comune doveva eleggere la sua giunta popolare. [...] La regola era che si votava per capofamiglia come nelle vecchie latterie sociali. E siccome tanto uomini erano in guerra, o morti, o chissà dove, dove la famiglia era retta da una donna votava la donna. Per la prima volta nella storia d'Italia.
p. 401 - 402

Ma come avvenne anche qui in Emilia, molte erano resistenze di persone semplici e degne contro lo sfruttamento orribile prima della borghesia terriera così sostenuta dal fascismo e quindi dalla rapina degli invasori nazisti alemanni (e dai cosacchi in Friuli). La storia dell'Italia è una storia di predazioni, di sopraffazioni, di sfruttamento, di scorribande, di conquista, di violenza, di eccidi da parte di stranieri e Stefania fa da majeuta nei confronti di Arrigo per non perdere quella testimonianza di resistenza.

Guarda, era una cosa mostruosa, cacciare i friulani dalle loro case per far posto ai cosacchi.

e di racconti delle incursioni, povere famiglie contadine strappate dalle loro case, alle quali veniva dato fuoco, perso il fieno, con gli animali arsi vivi nelle stalle. Sapete cosa significa(va) perdere casa e mezzo di sostentamento in una aspra valle alpina clima articoalpinoboreale, con inverno fame e malattie a -15° fuori? Puoi immaginare questa violenza?

Arrigo conserva umanità, si rende conto della tragedia della quale furono vittime dello stalinismo i cosacchi prima, poi carnefici nei confronti dei furlan e quindi di nuovo vittime disperate (arrivarono ai suicidi di massa) quando restituiti dai granbritannici agli stalinisti.
E racconta di una morale dell'onore (sì, quella ora affermata dalla Nuova Destra di Alain De Benoist, pensate un po') per la quale i comandanti partigiani morirono come mosche, dando l'esempio ("L'autorità di chi comanda e dà l'esempio", p. 325) ed essendo avanti, nei combattimenti, non certo a mandare al massacro la truppa impartendo ordini dalle retrovie.

Avrei voluto citare molte cose del romanzo di vita - non è saggio storico ma la vita è storia in sé - le parole di Leo sulle neoreligioni che vogliono spegnere la coscienza, uniformare a quelle nuove (p. 393), gli scetticismi su quelle tradizionali dalle quali i ragazzi si allontana(va)no, sul viaggio nel samsara del mondo nichilista della tossicodipendenza di Francesca.

Devo dire che ho trovato una scrittura a volte moderata, che ha perso talvolta il realismo (crudo, politicamente scorretto, maleducato, preciso, fotografico la realtà non si conforma a questi giudizi morali) dei registri adottati in Dove si sta bene. Però... iniziato un po' in lentezza, sono rimasto avvinto alla fine in questo libro di intrecci, un cesto di giunchi con la vita dentro. Ora Gaia Stella Stefania, come queste due, è andata a vivere in montagna, là dove si sta bene. Chissà quando arriverà il libro secondo.

Che male c'è
Libro primo
Gaia Baracetti
Phasar Edizioni


martedì 23 settembre 2014

L'insostenibile leggerezza dell'essere

Per il figlio di Stalin la vita non era stata facile. Il padre l'aveva avuto da una donna che tutto lascia supporre abbia poi fucilato. Il giovane Stalin era quindi allo stesso tempo figlio di Dio (perché suo padre era venerato come un Dio) e dannato da lui. […]
Subito dopo la guerra fu fatto prigioniero dai tedeschi, e altri prigionieri […] l'avevano accusato di essere sporco. Lui che porta sulle spalle il dramma più sublime che si possa immaginare (era allo stesso tempo figlio di Dio e angelo caduto) deve forse adesso essere giudicato non per cose elevate (che abbiano a che fare con Dio e gli angeli) ma per della merda? Sono dunque così vicini il dramma più eccelso e quello più infimo?
p. 250-251

Da ciò deriva che l'ideale estetico dell'accordo categorico con l'essere è un mondo dove la merda è negata e dove tutti si comportano come se non esistesse. Questo ideale estetico si chiama Kitsch. […] Il Kitsch è la negazione assoluta della merda, in senso tanto letterario quanto figurato: il Kitsch elimina dal proprio campo visivo tutto ciò che nell'esistenza umana è essenzialmente inaccettabile.
p. 254

Dieci anni più tardi (viveva già in America) un amico di amici, un senatore americano, la portò a fare un giro nella sua enorme macchina personale. Sul sedile posteriore si stringevano quattro bambini. Il senatore si fermò; i bambini scesero e corsero sull'ampio spazio erboso verso l'edificio dello stadio dove c'era una pista di pattinaggio artificiale. Il senatore vedeva al volante e guardava con aria sognante le quattro figurine che correvano,poi si risolve a Sabina :- Li guardi – disse, e con la mano descrisse un cerchio che doveva contenere lo stadio, il prato e i bambini :- Questo è ciò che io chiamo felicità.
Dietro quelle parole non c'era soltanto la gioia perché i bambini correvano e l'erba cresceva, ma anche una manifestazione di comprensione nei confronti di una donna che veniva da un paese comunista dove, il senatore ne era convinto, l'erba non cresceva e i bambini non correvano.
Ma proprio in quel momento Sabina si immaginò il senatore su una tribuna in qualche piazza di Praga. Sul suo viso c'era lo stesso identico sorriso che gli uomini di stato comunisti rivolgevano dall'alto della loro tribuna ai cittadini che sorridevano nello stesso identico modo giù nel corteo.
p. 255-256


Sulla prima pagina c'è ancora la dedica della madre di mio figlio.

Natale 1990.
Felicità è amore, nient'altro. Chi può amare è felice. (Hesse)
… come noi.

Sono dovuti passare ventiquattro anni prima che leggessi quel libro. Ora lo riapro, rileggo la dedica, sorrido. Eravamo nel pieno del nostro innamoramento. L'innamoramento è quello stato di grazia che ti mette su nell'olimpo, un po' lontano dalle imperfezioni umane. Se non fosse per la sua caratterizzazione divina e divinatoria l'innamoramento sarebbe... kitsch.
La trattazione del kitsch di Kundera è una delle pagine più belle della letteratura che ho letto.
Venticinque anni passati dall'avvio del collasso in grande del kitsch sovietico-comunista permettono di osservare il contesto di Kundera con un po' di distacco. Lo scrittore cieco si accorse che la sua tensione intellettuale, morale, andava a trattare la dimensione convenzionale della rimozione dell'inaccettabile che travalica le culture, i sistemi di potere, i sistemi acritici (religiosi), il tempo.
Kundera lavora sul piano della struttura e delle persone. Le storie di amore, di vita, di morte, Franz e Sabina, Tomas e Tereza, il loro intrecciarsi, istantanee in fuga in avanti e indietro nel tempo e le strutture, i contenitori geopolitici che contengono queste persone e le loro vite.
E queste vite sono, nella loro umanità descritta realisticamente, paure, fobie, convenzioni, le coazioni a ripetere della formazione (imprinting) biologico, opposti al kitsch. Il travagliato amore tra Tereza e Tomas supera le difficoltà e diventa un viaggio a due nella vita, nel mondo. Sabina (il personaggio che più mi assomiglia) lo compie da sola, insofferente alle convenzioni fino al punto di tradire, di violare tutti i sistemi di accordi che incontra. Franz è il borghese con i strumenti ma... fragile, sostanzialmente inetto: per l'autore Kundera la metafora inversa della necessità che aguzza l'ingegno, vivifica, tempra, l'agio che ottunde, che appiattisce, che ti rende "eroe" di slogan in cortei, in marce ridicole  di egoici radical-chic (nella parte finale del romanzo, la Grande Marcia degli intellettuali occidentali dalla Tailandia verso il confine con la Cambogia, nell'ecologia della dissacrazione degli ego fatui e del kitsch politicamente corretti, è un altro capolavoro nel romanzo e della letteratura).

L'autore ceco non aveva ancora assistito però al duale del kitsch, ovvero la rappresentazione a scopi commerciali, di ciò che nell'esistenza umana è essenzialmente inaccettabile.
In effetti il trash caratterizzò il duale del blocco comunista, ovvero i paesi socialconsumisti capitalisti proprio a partire da quegli anni. In Italia l'inquinamento sociale e la devastazione culturale da parte del sistema commercial-berlusconiano, il fintoplasticato patinato, divenne un ventennio che suggellò lo sfascio del paese promuovendolo in tutte le forme possibili.
Perché i sistemi di potere moralisti come l'utopia-distopia comunista soccombettero? Perché essi furono battuti nell'eccellenza del peggio.
Il loro kitsch moralista fu superato dal kitsch and trash della liquidità capitalisticosocialconsumista.

L’idea dell’eterno ritorno è misteriosa e con essa Nietzsche ha messo molti filosofi nell’imbarazzo: pensare che un giorno ogni cosa si ripeterà così come l’abbiamo già vissuta, e che anche questa ripetizione debba ripetersi all’infinito! Che significato ha questo folle mito?
p. 1

L'incipit del romanzo si compie ancora una volta, l'eterno ritorno della rimozione dell'inaccettabile si sposa con la rappresentazione ossessiva dell'inaccettabile. La realtà ciclica, la condanna esistenziale circolare dell'evoluzione umana si compie. Il trash si compie usando il kitsch, la lacrimetta per l'emozione e i sentimenti e la seconda lacrimetta che si compiace dell'essere buoni e di avere avuto una prima lacrimetta. C'è sempre un momento kitsch nel trash, un tentativo di redenzione.

Alcune pecche linguistiche in italiano da parte dei traduttori, Giuseppe Dierna e Antonio Barbato.


L'insostenibile leggerezza dell'essere
Milan Kundera
Adelphi



venerdì 12 settembre 2014

Siddhartha

Sul do-ut-des "tantrico"
[Kamala gli] insegnò a fondo la dottrina che non si ottiene piacere senza dare piacere, e che ogni gesto, ogni carezza, ogni contatto, ogni sguardo, ogni minima posizione del corpo ha il suo segreto, la cui scoperta avvia alla consapevole felicità. [continua]
p. 102

Sull'impossibilità difficoltà di Amare
Io sono come te. Anche tu non ami, altrimenti come potresti fare dell'amore un'arte? Forse le persone come noi non possono amare. Lo possono gli uomini-bambini: questo è il loro segreto.
p. 110

Sugli eccessi del vizio come dispositivo spirituale
Profondamente egli si era immerso nella samsara, d'ogni parte aveva assorbito in sé disgusto e morte come una spugna succhia l'acqua finché è piena. E pieno egli era di sazietà, di miseria, di morte.
p. 125

Sulla propria umanità ferita e irrazionale, via verso la compassione
"Tanti uomini, migliaia, posseggono questo dolcissimo fra tutti i beni: perché io no? Anche i cattivi, anche i ladri e i briganti hanno bambini e ne sono amati, soltanto io non posso averne". Così banale, così irragionevole era ora il suo modo di pensare, così simile agli uomini-bambino egli era diventato.
Diversamente che un tempo considerava ora gli uomini, con minor orgoglio, con minore intelligenza, e perciò con tanto maggiore calore, curiosità e interesse.
p. 173



Siddhartha è un figo. Raffinato, snobbo ((C) Clorinda), radicale, estremista. Perché? Perché è un uomo in cammino. La frase avrebbe dovuto finire con "perché  è un po' come me" o qualcosa del genere. Ahah. In realtà egli fu un uomo con uno straordinario cammino nella vita, verso la saggezza e la divinazione vissute con anima e corpo tra eccessi opposti che ha vissuto letteralmente  camminandoci dentro, camminando in esse. Esperienza completa, totalizzante una sorte di ironman e burning man esistenziali nell'India del tempo che fu e che è (solo il riferimento a Gautama il Buddha e il racconto del loro incontro permette di collocare un'opera sostanzialmente atemporale intorno al VI secolo a.C.).
L'ho letto due volte. Pensare che quando mi fu regalato da _aria, mi corteggiava una dozzina di anni fa, non riuscii ad arrivare oltre le prime pagine. Danze, musica, sapori, letteratura, cinema richiedono il tempo giusto quando l'anima si apre ad essi, è pronta per quell'opera.
Siddhartha non era un santone o stregone che aveva capito che si può rinunciare a tutto. È stato un figo della madonna che ha vissuto al massimo, diventare artefice della propria evoluzione, della propria metamorfosi. Rivoluzionaria. Nella vita inte(g)ra, rivoluzionariamente completa, tutto scorre fino a essere rivissuto, fino a chiudersi sul principio.
Hesse ancora una volta osserva e vive  letterariamente, il dualismo, apparentemente conflittuale, tra ciò che sembra incompatibile ed è solo espressione di una unica, integra, mutevolmente osservabile e vivibile realtà alla ricerca dell'Assoluto. Sembra quasi un uomo in cammino (solo che nel periodo dello sprofondare nel samsara Siddhartha ha trombato fino a consumarselo).
Fico 'sto Siddhartha che... voleva essere un po' un uomo in cammino con in più la compassione (ma solo alla fine). :)

Siddhartha
Hermann Hesse
Adelphi


martedì 26 agosto 2014

Lettera a mio figlio sul sessantotto

La cosa buffa è che quell('altr)a lettura mi aveva talmente avvinto che... avevo iniziato a leggere questa lettera di Mario Capanna, nel frattempo, per timore che... il romanzo di Hesse finisse troppo repentinamente.
Forse non è l'incipit più brillante per la recensione di un libro. Ma avrebbe potuto essere ancora più opaca. Ad esempio una cosa come questa.

Ecco, di tanto in tanto mi fermavo e mi saliva la stessa noja insofferente di quando ascoltavo una delle tante predicone chiesastiche trite e ritrite.

Sì, a volte leggo questi lavori e vivo un doppio sentimento. Da una parte osservare che molte osservazioni sono razionali: la sinistra ha una visione razionale, illuministica (non voglio usare illuminata) di come affrontare la prassi del quotidiano, soluzioni che hanno un senso. D'altra parte c'è la puzza di utopia distopica. Gli esemplari di homo NON sono (purtroppo e fortunatamente) delle sole menti, sono animali, sono istinto, sono biologia sono l'irrazionale. E certe cose razionali non funzionano, non hanno funzionato e non funzioneranno. Etica contro morale, Ivan Pavlov contro Karl Marx (una nota anche sul contesto sociale e storico: ci può essere un'onda di risacca al conservatorismo più bieco ma essa poi cessa con esso).
Due esempi. Il primo è interessante perché testimonia l'insofferenza storica della sinistra illuminista, per la cultura e il mondo contadini, villani, così radicati (essi direbbero reazionari) alla Terra e ai suoi cicli.

Se guardiamo agli effetti del Sessantotto in Italia, possono valere, per una prima approssimazione, le parole scritte da Giuliano Zincone nel 1991 : "Gli anni formidabili (...) furono gli anni dell'unico e autentico tentativo di rivoluzione borghese in Italia: la rivolta della civiltà urbana contro la cultura contadina (autoritaria, gerarchica, fideista, immobile) che ancora dominava il nostro paese, con la sua etica del sacrificio, con la sua visione del mondo agropastorale rigida, austera, superstiziosa".
p. 123

Nel secondo Mario Capanna, filosofo, mantiene una certa dose di indipendenza dai dogmi della sinistra e un'autonomia critica già in quegli anni (pubblicazione del gennaio del 1999) ha uno sguardo più ampio di quello asfittico della fede di turno (qui si allontana dal centralismo democratico, uno dei grandi mali della sinistra), citando le parole di

Ludovico Geymonat: "Una delle esigenze profonde che ho imparato a rispettare nel Movimento Studentesco e in Capanna, con il quale discutevo con violenza anche, è il bisogno che avevamo di qualcosa di nuovo, qualcosa che non fosse solo la democrazia dei numeri, la democrazia dei grandi partiti, ma una democrazia diretta".
p. 138



C'è un problema di piani. Perché la sinistra fallisce nel mondo (come il collasso del socialismo baatista arabo che lascia spazio al merdame islamico fondamentalista)? Perché la sinistra è politica, ha una visione sui problemi e sulla dimensione quotidiana, contingente, è sul piano della prassi, strutturalmente non può affrontare le questioni del mistero esistenziale. Insomma ti può fornire il dentifricio freschezza intensa in formato convenienza, diritto fondamentale, ma non ti dice nulla - e lo evita accuratamente! - sul sorriso, su come arrivare al sorriso. Puoi avere il dentifircio ma non il sorriso. E io stavo leggendo uno dei lavori di Hesse sul piano della ricerca dell'Assoluto, sulla sperimentazione umana e personale dei limiti, dello spirito. Altri livelli. Forse anche questo ha infierito, letterariamente, sulla percezione del lavoro di Mario Capanna.


lettera a mio figlio sul sessantotto
Mario Capanna
CDE


venerdì 8 agosto 2014

Narciso e Boccadoro

Sulla transitorietà
Non era forse felice? Non era giovane e sano, libero come  l'uccello nell'aria? Non lo amavano le donne, non era bello poter sentire di dare loro come amante lo stesso profondo piacere che egli provava? E perché allora non era felice del tutto? Perché nella sua giovane felicità, come nella virtù e saggezza di Narciso, , doveva insinuarsi di quando in quando questa strana sofferenza, quest'ansia sommessa per la transitorietà umana?
p. 80


Sull'arte
Si potevano creare anche altre figure, cose graziose e squisite, fatte con grande maestria, gioia degli amatori d'arte, ornamento delle chiese e delle sale di consigli... belle cose certo ma non sacre, non vere immagini dell'anima. Egli conosceva parecchie di queste opere, che con tutta la loro grazia d'invenzione e malgrado tutta la cura nell'esecuzione non erano in fondo che giochi. [...] Per lui arte ed artisti non valevano nulla, se non ardevano come il sole e non avevano la potenza delle tempeste.
p. 138

Sui contrasti
Solo la scissione e il contrasto rendono ricca e fiorente una vita. Che sarebbero la ragione e la temperanza senza la conoscenza dell'ebbrezza, che sarebbe il piacere dei sensi, se dietro di esso non stesse la morte, e che sarebbe l'amore senza l'eterna mortale ostilità dei sessi?
p. 162

Sull'amore
Come sei bella! Lei sorrise come di un dono, lui si drizzò a sedere, le scosto delicatamente la veste dal collo, l'aiutò a liberarsene, finché le spalle e il seno brillarono nel fresco chiarore di lunare.. Con gli occhi e con le labbra seguì estasiato le ombre delicate, contemplando e baciando: vinta dal fascino, rimaneva immobile, con lo sguardo chino e un'espressione solenne, come se in quel momento la sua bellezza si rivelasse per la prima volta anche a lei.
p. 69
Sentì subito che quella bionda leonessa era sua pari, ricca di sensi e di anima, accessibile a tutte le tempeste, delicata e selvaggia, esperta di passioni [...].
p. 200


_zzz aveva già condiviso alcuni passaggi con me, come spunti di riflessione. Poi me mi regalò quell'opera di Hesse come regalo di compleanno. Devo dire... uno dei più bei libri che io abbia letto. Certamente ho strumenti e maturità per un libro ... esistenziale. E, sostanzialmente, un libro profondamente tantrico nello spirito. La comprensione di ogni aspetto dell'esistenza, negli eccessi opposti, nella sacralità del femminile che dà la vita,  in una ricerca di superamento delle contraddizioni verso un'unità superiore che si manifesta nel molteplice. E poi tutti quei passaggi che... sono il mio pensiero: il mistero dell'eros, la Natura sensuale e rigogliosa, aspra e soave, terribile maestra e viziosa corruttrice, il contrasto come via maestra per la cognizione, il mettere insieme ciò che pare incompatibile, lo spirito dell'essere uno di tutto, ed essere solo per un tempo limitato, solo qualche giro della Grande Giostra. Ecco che li ho trovati scritti da qualcuno.
La cosa buffa è che la lettura mi aveva talmente avvinto che... ho iniziato a leggere altro, nel frattempo, per timore che... tutto finisse troppo repentinamente. Ah che goduria!


Narciso e Boccadoro
Hermann Hesse
Oscar Mondadori





martedì 5 agosto 2014

2052 - Rapporto al Club di Roma

  1. Guardate alla soddisfazione piuttosto che al reddito.
  2. Non affezionatevi a cose che scompariranno.
  3. Investite nell'elettronica da intrattenimento e imparate ad amarla.
  4. Non insegnate ai vostri bambini ad amare la Natura incontaminata.
  5. Se vi piace la grande biodiversità, andate a vederla adesso.
  6. Visitate le bellezze del mondo prima che la folla le rovini.
  7. Vivete in luoghi che non siano troppo esposti al cambiamento climatico.
  8. Spostatevi in una nazione che sia in grado di prendere delle decisioni.
  9. Conoscete le insostenibilità che minacciano il vostro stile di vita.
  10. Se non potete lavorare nel campo dei servizi o dell'assistenza buttatevi nel settore dell'efficienza energetica o delle rinnovabili.
  11. Incoraggiate i vostri figli a studiare il cinese.
  12. Smettete di pensare che tutto ciò che cresce è buono.
  13. Ricordatevi che i vostri investimenti basati su combustibili fossili perderanno il loro valore e all'improvviso.
  14. Investite in cose che non risentiranno dei disordini sociali.
  15. Fate più del minimo indispensabile per evitare rimorsi in futuro.
  16. Quando fate affari, esplorate il potenziale dell'attuale situazione di insostenibilità.
  17. Non confondete la crescita in volume con la crescita nei profitti.
  18. Se siete politici e volete essere rieletti sottolineate i benefici immediati delle vostre iniziative.
  19. In politica ricordatevi che il futuro sarà dominato dai limiti fisici.
  20. In politica, convincetevi che un accesso equo a risorse limitate varrà più della libertà di parola.
  21. Imparate a convivere con imminenti disastri senza perdere la speranza.

Ho impiegato nove mesi a leggere il saggio di Jorgen Randers e di una cinquantina di altri scienziati, esperti, ricercatori ed è oltre tre mesi che tentenno e mi dilungo nello scrivere questa pagina: la stessa voglia che ha una persona alla quale sia stato diagnosticato una neoplasia di leggere il referto.
Già in agosto 2013 leggevo le premesse dello scienziato norvegese, la sua ammissione di uno sforzo compiuto per non soccombere a risultati modellistici oggettivamente sconfortanti e per cercare mitigare cupi scenari al fine di poter vivere in qualche modo decentemente, mi infastidivano. Non posso essere realista perché i dati e i modelli sono pessimi, allora mi sforzo di essere ottimista. Partiamo bene! dissi.
Le mie reazioni emotive che la razionalità di scienza e conoscenza dell'opera provocavano durante il proseguimento della lettura non sono cambiate, nel seguito. Quali scenari futuri partendo da cinque punti fondamentali (aumento della popolazione, disponibilità di cibo, riserve e consumi di materie, prime, sviluppo industriale, inquinamento)? Quale mondo ci sarà nel 2052?
Mi allontano per un momento: ci sono alcune cose che mi piacciono del tantra: la divinazione della Donna (Shakti) rappresentante di Gaia / Natura Madre, il qui e ora profondo nella realtà fisica come dispositivo spirituale, la comprensione e l'autodisciplina come via all'eccellenza. Ecco, stiamo andando in direzione esattamente contraria a queste cose.

  • Ulteriore aggravamento dell'esplosione demografica (per altro recentemente confermato dalla revisione in aumento delle stime ONU).
  • Distruzione ulteriore dei sistemi biotici, estinzioni di massa (flora e fauna), biodiversità confinata a isole sempre più ristrette e sotto pressione antropica sempre maggiore nelle quali essa deperisce sempre più.
  • Impatto distruttivo delle masse di homo non solo sulle aree biotiche ma sulle stesse (infra)strutture create da homo (città d'arte letteralmente seppellite e consumate da afflussi oltre i limiti del sopportabile, liste di attesa per i musei di anni).
  • Migrazioni di massa verso le fasce boreali del pianeta.
  • Artificializzazione e virtualizzazione di quasi tutti gli aspetti della vita e ulteriore inurbamento in ciclo autoalimentantesi.
  • Estremizzazione degli eventi atmosferici e relativi danni catastrofici sempre più frequenti e diffusi.
  • Distruzione delle aree ricche di biodiversità.
  • Aumento delle sperequazioni e delle iniquità.


Randers ha analizzato anche l'economia fallimentare della mancata prevenzione: se già dalla seconda metà degli anni settanta (dopo la pubblicazione de “I limiti dellosviluppo [crescita]” nel 1972) fossero state prese alcune azioni di prevenzione e di soluzione dei problemi, non saremmo arrivati al grave peggioramento attuale né gli scenari di prossimità al collasso che si delineano sarebbero stati evitati a costi del tutto sostenibili, senza grandi sacrifici. Perché tutto ciò non è avvenuto né avviene? Randers usa parte del capitolo 7 per analizzare questo problema: la specie homo predilige i ritorni immediati, anche se ciò comporta problemi, peggioramento e danni irreversibili a medio e lungo termine. Dal punto di vista culturale l'associazione tra capitalismo e demagogia democratica o democrazia demagogica è terribile: si crea un connubio al peggio tra eletti ed elettori che porta a sistemi capaci solo di... peggiori scelte con conseguenze sempre più gravi.

Ho riportato il dodecalogo perché riassume le schede, i grafici, gli scenari. Scenari futuri? No, no, scenari già noti in letteratura, già avvenuti o in svolgimento (Siria, Iraq, Pachistan, Israele-Palestina, baraccopoli, banlieu, collassi di città, infrastrutture, istituzioni da sovraffollamento …).
L'antropocene è caratterizzato dal più grande ecocidio, dalla serie così intensa e mai avvenuta di estinzioni, dalla produzione su scala industriale di rifiuti tossici e nucleari con la massima capacità biocida, dalla dissipazione di quasi tutte le risorse non rinnovabili sfruttabili economicamente.
Diminuzione drastica della biodiversità. Lo scienziato norvegese intravede anche alcuni scenari interessanti: 
  • Recupero di risorse minerali da vecchie discariche.
  • Virtualizzazione sempre più spinta di attività economiche e ludiche con riduzione dei consumi materiali ed energetici pro capite.
  • L'inurbazione sempre più spinta rispetto a schemi urbanistici a bassa densità e alta distruttività.
  • Diminuzione della insostenibile prolificità come conseguenza dell'inurbamento.
  • Aumento del benessere, delle risorse procapite quando la popolazione diminuisce più del PIL, come nel caso del Giappone.
  • Il tentativo di alcuni paesi ecologici come la Cina (e la Germania in Europa) di conseguire la sostenibilità in toto o almeno energetica.

Tra le schede curate da una quarantina di scienziati e di esperti di settore una sui conflitti bellici e civili del futuro (curata da Ugo Bardi): persino le guerre andranno in parte dematerializzandosi.
L'autore indulge con una qualche simpatia ad alcune pseudo soluzioni tecnologiste ai problemi causati dai sistemi 5: Carbon Capture System, colture OGM, nucleare da fissione. Sono alcune magre consolazioni, alcuni palliativi per scenari caratterizzati da artificializzazione sempre più spinta e da quantità di risorse procapite sempre minori; per me sono tentativi di soluzioni che introducono problemi peggiori di quelli che vorrebbero risolvere.

La provocazione “Vieni che andiamo a vedere il tramonto sulla scogliera? No grazie, sto guardando questo bel tramonto su youtube” sarà la … norma. Alcuni saranno pure giulivi e contenti di questo progresso regressivo, delle loro fritture di lombrichi, dell'abitare nel modulo 1455 del sessantesimo piano del terzo grattacielo, blocco A, conglomerato umano 15M.
La lista di 21 possibili strategie finali rimane molto inquietante.


2052 - Rapporto al Club di Roma
Scenari globali per i prossimi quarant'anni
Jørgen Randers
Edizioni Ambiente


giovedì 10 luglio 2014

Dieci passi di tango



Come Tango Libre è/fu una storia della potenza femminile con il tango sua allegoria, dispositivo al suo servizio, Dieci passi di tango è un pamphlet esistenzialista nel quale, Andrea Sardi sottolinea la dimensione solipsistica della vita, vivendola e incorniciandola col tango e le sue dinamiche relazionali. La paura, le debolezze, l'ego che si rapporta con gli altro ego in milonga, le dipendenze, La Paura (quella della morte), la ricerca dell'amare e dell'essere amato.
Erano due o tre settimane che lo avevo nello zainetto: lo puoi leggere solo quando la tua anima è un po' introspettiva. Ne avevo già riportato un estratto.


Dieci passi di Tango
Andrea Sardi
Edito in proprio dall'autore