sabato 9 gennaio 2016

Economia dell'estinzione

  • Un prezzo leggermente caro - ha ammesso con un filo di ironia Kiyoshi Kimura, presidente della compagnia, nel resoconto dei media locali -, ma spero che possa essere un incoraggiamento perchè il Giappone continui a rifornirsi di ottimo tonno.
    (Ilsole24ore.it)

A mio cugino avevo raccontato del mio stupore, del fatto che nell'uscita di San Silvestro - questa volta in solitario, quelle in gruppo hanno l'inconveniente che l'allegra ciacola allontana la fauna selvatica, se vuoi vedere fauna selvatica devi uscire in solitaria, o in pochissimi e avere una forte autodisciplina – non avevo visto quasi nulla (solo due camosci e tre pernici). Eppure, salendo, avevo attraversato tutto un monte famoso per i cervi, in cui io stesso li incontrai più volte. Nulla, zero, nada. Ma come è possibile!? (*) Alcune epidemie recenti ma soprattutto – mi disse mio cugino – non c'è più fauna perché... l'hanno eliminata i bracconieri.

Gli ecologi la indicano come economia dell'estinzione: la pressione della domanda comporta abbattimenti superiori alla capacità di riproduzione di una specie, questa ne diminuisce la consistenza numerica e ciò comporta che il prezzo per ogni capo abbattuto aumenti, rinforzando e alimentando il percorso vizioso che porta all'estinzione della specie.
E' uno dei paradossi dell'economia: un prezzo via via più non solo non deprime la domanda ma, per questioni psicologiche – l'economia mi pare sempre più una branca della psicologia – la fa aumentare.

Osservo il commento di Kimura e non se dire allibitio o confermato nel mio cinismo.
Sono unopuntotre milioni di euro sborsati affinché, tra breve, il Giappone il mondo NON possa più riformirsi di tonno rosso (non potrai rifornirti di qualcosa che a breve sarà estinto). Il problema nel problema è che il Giappone, storicamente, ha una qualche cultura dell'autonomia, della sostenibilità. Se i più sani hanno la rogna, figuriamoci gli altri.

Non cambia nulla tra un angolo delle Alpi Retiche e il Giappone. La specie di locuste mandibolatrici ha perso – ha mai avuto? - ogni capacità di discernimento ed è una specie sostanzialmente ecocida e quindi suicida in esplosione numerica.  Siamo fottuti. 


(via guardian)

7 commenti:

  1. Nelle sue novelle, Mario Rigoni Stern, aveva raccontato di un'episodio di caccia in Vinschgau – Val Venosta, con la compagnia di caccia locale. Il capocaccia della comunità venostana si era sfogato con lui, che non erano fortunati come in Appennino, dove cervi, caprioli (e daini, cinghiali) sono a migliaia, qui nelle nostre Alpi sono pochi.
    Questo è noto, anche nella pagine di questo diario raccont(av)o dei miei avvistamenti quotidiani di caprioli, cervi, cinghiali, tassi, poi ho smesso perché... è diventato ordinario. Qui c'è molto più cibo, molti meno homo e gli inverni sono molto più miti, la fauna non viene falcidiata da freddo, metri di neve, fame, valanghe e slavine.
    Beh, tra il poco e il nulla c'è... una bella differenza!

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  2. Bah, io ascrivo tutta questa faccenda semplicemente al fatto che la gente è programmata per l'infantilismo. Anticamente era una conseguenza della mancanza di risorse, il povero è necessariamente incolto, non sa, si rivolge al prete per sapere cosa fare. Oggi che abbiamo un surplus di qualsiasi cosa, incluse le informazioni e gli strumenti per elaborarle, l'infantilismo è voluto, è lo stato del perfetto cittadino-servo-consumatore che (cito) lavora-guadagna-paga-pretende.

    Sono sicuro che se il brianzolo di turno mi dice "lavoro, guadagno, pago, pretendo" la stessa cosa la dice il giapponese, per le stesse identiche ragioni.

    Abbiamo detto in passato della semplice evidenza che la libertà è correlata da una parte alla responsabilità e dall'altra alla rinuncia.

    Infatti, la gente del mondo odierno, che è libera dalle necessità della sopravvivenza, è resa schiava proprio dal fatto che non ha responsabilità ed è incapace di rinuncia.

    Voglio il tonno rosso come voglio il furbofono. E non basta mai. L'estinzione non dipende dalla fame, dipende dalla moda.

    La soluzione in linea teorica è semplice: chiunque può mangiare il tonno rosso o il cervo o l'unicorno, purché lo catturi con le proprie mani. Questo risolverebbe tutti i problemi. Ma non si da il caso perché sarebbe come dire che per avere il furbofono te lo devi costruire con le tue mani.

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    1. Quanto sopra è in linea col post di qualche tempo fa sul mio blog riguardo la auspicabile introduzione di strumenti didattici come il Raspberry Pi nelle scuole invece dei furbofoni e delle tavolette. Per l'alimentazione, bisognerebbe fare lo stesso, dando in mano ai ragazzi i semi e la zappa o la gallina da strozzare e pulire.

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  3. Alla fine ci nutriremo di soylent green

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    1. Direi di no. E' solo questione di quanto lavori, quanto guadagni, quanto paghi e cosa puoi pretendere.

      Anche nella gloriosa Unione Sovietica c'era la gente in fila per il pane e altra gente che pasteggiava a caviale e champagne.

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    2. Tutto logico e in gran parte riscontrabile; tuttavia c'è da tener presente l'aspetto che oggi grazie al fatto di illudersi che si può avere tutto anche rubando e non per alimentarsi: ma un cellulare...perché non lo si possiede. Ecco che chi più ha più si vuole e in qualsiasi modo.

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    3. Daoist, la tua espressione contiene alcuni concetti ambigui. Per esempio "possesso" e "rubare".

      Se si rimuove tutta la fuffa "sociale", tu possiedi qualcosa solo nei limiti in cui hai la forza per importi su tutti quelli che vogliono quella cosa. Viceversa, "rubare" significa applicare questa considerazione all'inverso, quando non hai la forza per tenere una cosa, qualcun altro te la toglie.

      Quindi, in un contesto dove le risorse scarseggiano, l'illusione non riguarda il "possesso", riguarda il fatto che esista una regola altra da "mors tua vita mea".

      Tradotto, non ci nutriremo tutti di soyient green, qualcuno si nutrirà di aragosta, quelli che avranno la forza per imporre a me di mangiare il soyent green. Quando sarà scarso anche il soyient green, loro mangeranno e io starò a digiuno.

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